Gheregheghez

Ripetuto tre volte con quanto più fiato possibile è il famoso <<grido>> dell’ Aeronautica Militare. Nacque al 1° Stormo Aeroplani da caccia nel 1924 e successivamente divenne il grido della Caccia italiana, poi da questa specialità si estese a tutti i reparti della Regia Aeronautica e quindi dell’Aeronautica Militare. Lo sentiamo nelle occasioni più disparate ma soprattutto a mensa, durante i brindisi, nel corso di speciali ricorrenze o, comunque, di riunioni conviviali.

Esso trae origine dai <saluti alla voce> urlati sui campi d’aviazione durante la prima Guerra Mondiale in occasione di un ritorno vittorioso o per commemorare la perdita di qualche nostro pilota nel corso di combattimenti contro gli aviatori nemici. Il grido lanciato da quegli uomini significava, a secondo dei casi, la gioia per una vittoria, il dolore per i caduti nell’adempimento del dovere, o era propiziatorio per un’imminente missione particolarmente impegnativa cui la squadriglia avrebbe partecipato.

Così Giulio Lazzati ne racconta la nascita:

Negli anni immediatamente antecedenti la sua costituzione, la nostra aviazione, in seguito a varie cause (economiche, politiche, ecc.), vivacchiava con pochi uomini e ancor più scarsi mezzi; allo Stormo la situazione rispecchiava quella generale; gli aeroplani erano sparuti e logori; si trattava, infatti, di velivoli Spad VII e Spad VIII residuati di guerra. Il personale operava fra l’indifferenza degli alti comandi e la tolleranza dei governi di allora; si andava avanti cioè, sorretti solo dall’entusiasmo di coloro che avevano fatto parte delle suaccennate squadriglie e che avevano volato nei cieli del Montello, di Pola, di Vienna, di Primolano, di Cattaro, di Istrana, ecc.. Il tempo, purtroppo, non lavorava a favore dei più entusiasti, le avventure esaltanti, gli episodi di eroismo si stemperavano nel ricordo;persino la volontà s’affievoliva, venendo meno la speranza in un avvenire migliore;proprio in quel periodo giunsero allo Stormo undici giovani complementi;sparuto gruppetto di coloro che, nonostante tutto, credevano nel futuro dell’aviazione.

I nostri giovani piloti, dopo aver frequentato le allora famose scuole di volo di Cameri e di Ghedi, forti di una passione per il volo tanto profonda d’aver fatto dimenticare loro la provvisorietà economica della scelta compiuta, s’accorsero, appena giunti allo stormo, di essere trattati da sufficienza dagli anziani, e trovarono inoltre un clima di rassegnazione che contrastava enormemente con l’esuberanza propria della loro giovinezza.

I vecchi li snobbavano dal piedistallo di una passata esperienza di guerra che permetteva loro di erudire piuttosto gategoricamente i giovani <<pinguini>>, rei solo di avuto l’ardire di inserirsi nel mondo di così nobili <<aquile>>. Per i giovani complementi fu giocoforza subire umilmente in silenzio tale stato di cose rimuginando propositi di rivincita difficili a mettersi in pratica anche perchè i giovincelli a differenza degli anziani, avevano ridottissime disponibilità finanziarie.

In ogni modo, in attesa di tempi migliori, i nuovi piloti s’erano autodefiniti quelli della <<famiglia rame>>, appunto per via del metallo delle poche monete che circolavano nelle loro saccocce;anche per tutti gli altri componenti del 1° Stormo divennero ben presto <<quelli della famiglia rame>>.

Giunti però al limite della rassegnazione, umiliati da una routine stagnante fatta di pochissimi voli e numerose attese, si decisero a rompere il silenzio;lo volevano fare in modo plateale, che dimostrasse la loro indipendenza, il loro baldanzoso <<menefreghismo>> (per usare un termine caro agli equipaggi di quegli anni), la loro irrazionale e giovane speranza in un domani migliore, e in un modo, inoltre, che non costasse loro nulla pecuniarmente parlando; così in occasione di una festa del reparto, in quel lontano 1924, a sovrastare le grida degli anziani, undici pivelli lanciarono con tutto il loro fiato, un grido senza senso, carico di benevole rabbia, contro tutti e tutto: Gheregheghez, ghez! Stupore e silenzio degli astanti, imbarazzo del comandante; quelli della <<famiglia rame>> ne approfittavano subito per lanciare quel loro grido più forte, più rabbioso: Gheregheghez, ghez!;la costernazione, la sorpresa avevano bloccato gli altri e cosi il grido entrò prepotentemente, antiretoricamente, nella vita dello stormo.

Con il trascorrere dei giorni esso fu accettato da tutti, anzi fu da tutti difeso contro chi lo riteneva un che di senza senso; quella frase priva di un significato preciso e senza un riferimento storico, che alla sua prima apparizione sembrava dovesse aver vita effimera, divenne sempre più il simbolo degli appartenenti al reparto e ne suggellò via via le vicende tristi o liete, gloriose o tragiche;anzi a poco a poco si estese ad altri reparti da caccia, per la semplice ragione che molti piloti del 1° vennero trasferiti negli anni successivi in altri stormi.

[il brano è tratto da: Giulio LAZZATI, Stormi d’Italia Storia dell’aviazione militare italiana, Mursia, Milano 1975]